Trieste la linda

Poesie di Nidia Robba
ed. La Mongolfiera libri, pagg.126, novembre 2002

Copertina di Trieste la linda - libro di poesie di Nidia Robba ...Sul ventre scuro delle vecchie case, il sapore del cielo... ispira la poesia di Nidia Robba. E' così dunque che i suoi versi si svelano espressione consapevole del possesso di un singolare e personale privilegio, quello di poter far misurare alle sue visioni lo spazio del verso, l'ampiezza della composizione poetica, senza sia sottratto loro alcunché dei sentimenti che li animano. Si tratta pertanto di esiti, colti non certamente entro brevi emozioni, ma di un lungo travaglio di esperienze, sino a far mutare la forza dell'introspezione. L'autrice offre quindi testimonianza del percorso del lungo cammino per raggiungere la meta, là dove alla vita del pensiero è concesso l'ausilio di quel moto liberatorio che volta per volta, fa emergere dal modularsi della pura parlata ciò che l'incastro ad arte - favorito dallo spontaneo fluire del movente dialettale - non consente di definire a pieno, nel riflesso delle sue aspirazioni spirituali.

Tuttavia è anche necessario porre qualche incipit all'interpretazione, di quanto trasmette la poesia della Robba alla pagina, un accento particolare; tale è infatti l'osservazione che deve accompagnare il lettore, se sin dai primi versi riesce ad essere convinto di trovarsi dinnanzi ad un epifania in grado di narrargli come si è giunti oggi all'oltraggio che i presente perpetra verso il valore della memoria. E' quanto s'innerva in queste poesie, ai echeggianti di grida strazianti, esaltata nel vuoto dell'indifferenza. Perchè è stato raggiunto quel limen, oltre cui si è preso coscienza, che solamente la meditazione intimista genera i termini autentici di quello che dovremmo comprendere nel toccante messaggio impartitoci secondo cui soltanto il doloroso può essere memorabile (F. Nietzsche)

Perciò è spesso consueto nel primo divenire della composizione l'apparire di un immagine paesistica, forte d'esser cara ai fatti dell'autrice: visione appagata da un enfasi misurata che assapora, passo dopo passo, tessera dopo tessera, la forma di un mosaico, che sa di essere destinato ad un opera d'amore, e tuttavia non si vieta lucidamente di riconoscerla scena costretta a divenire luogo di sofferenza, là dove l'autrice attesta di sentirsi... divisa da tutto, da un fiume in piena...

Un'altra notizia utile al lettore tocca il modo che presiede alla costruzione dei brani poetici, che si materializzano attorno al motivo, al tema che spesso germina ad un tempo lamento e celebrazione, memoria e negazione, comprensione e speranza. Lo strumento impegnato della Robba, la Lingua, come ella stessa la indica, appare chiave risolutiva per giungere a stabilire un modo rituale per svelarsi reliquia di un gentile ed educato far sostanza tra piacere e dolore. Ci rendiamo allora conto che tale forma antica, forse oggi desueta, ma non per questo lontana dalla immediatezza, per sensibilità e sottigliezza, è produttiva in sè e per sè e, nella misura in cui coincide con l'immaginazione, è aperta alla poesia.

Attraverso il dialetto invece l'autrice manifesta l'opportunità di disporre di una via espressiva che le consenta di accedere ad una percezione, per così dire ancor interna, quella in grado di leggere soprattutto nel cuore del proprio ambiente naturale, Trieste. Ed infatti il suo approccio con il vernacolo riesce a fare emergere ironia e sentimento, in un eloquio che fa libero commercio di concetti e passione, segno di una Bildung tutta triestina.

Sussiste sempre per l'autrice (in questi versi dialettali, affrancati da ogni obbligo, spesso quasi brutali nella loro efficacia) la certezza che non ammette repliche, di aver visto in questi anni ingiustamente perseguitata la propria città natale (...Dove xè i sui Triestini?...e la piansi ela che la solea cantar...): del passato ormai viene consegnato al presente solamente un ricordo, a cui peraltro pochi sembrano rifarsi, sperando in una possibile rigenerazione. La Robba perciò non cessa di sottolineare, sciogliendo talvolta persino le asperità naturali del dialetto, la consapevolezza del legame affettivo, che la unisce indissolubilmente a questa terra, la passione e l'amore che non sopportano rinunce o assenze, sempre nella speranza sia possibile far riviverela tradizione felice del buon tempo andato.

E' giunto ora il momento di andare avanti per addentrarsi nell'itinerario creativo e a ciò ci induce l'attenta lettura dei momenti che rimanrcano più alto il levarsi in solitudine della voce dell'autrice, ferita o stoica. Non è raro infatti che la Robba sosti, guardandosi immota oltre le spalle, rifiutando di incarnare una delle più tipiche figure della poesia triestina e centroeuropea, quella del Viandante, che costruisce le sue metafore, registrando immagini altreper rispecchiarvi i rovelli che infirmano la sua presenza nell'ambito cittadino (non per nulla il quarantesimo detto di Gesù, nell'antico vangelo protognostico di Tommaso, suona: ...siate passanti...).

Tale scelta problematica pone quindi l'autrice in una posizione letteraria che le impone di assumere per se il ruolo della testimone, di colei che affronta coscientemente il dramma della perdita di identità della sua città. Si assiste così, nel fluire del verso, all'evolversi, all'evolversi in diverse stazioni (tutte peraltro volte a strappare diversamente al tema prescelto quel nesso con il presente, che incrina il mito della memoria) di una situazione catartica che in qualche modo ci può ricondurre all'immagine del fiume in piena che tutto ha travolto, isolando la protagonista e costringendola così a ritirarsi ad osservare il mondo oltre la rede: per non venire a contatto del male che si annida nello spirito di questa bruta razza cioè di quelli che, forse anche inconsapevolmente, fanno tanto del mal, tanta corbeleria.

Altrove, ma è sempre l'opprimente alito delle catastrofi, abbattutesi sul secolo ora trascorso, a dare la certezza all'autrice di trovarsi in presenza di un macroscopico errore generazione (a cui peraltro si può unicamente assistere, stando a guardar el cielo tersoe pò sognarghe sora!), è il rimpianto per la frequentazione giovanile della poesia, da Omero a Leopardi, a divenire argomento di un turbamento, che interroga, senza ottener risposta, il senso della vita passata. Tra i versi dell'ultimo lustro, l'attenzione deve poi essere rivolta in particolare ad un gruppo di poesie in dialetto, Trieste la linda, Bora e Sora i scoi. Di primo acchito il tono elegiaco e commosso, che ordina tali composizioni, sposa felicemente l'arcaica dolcezza del dialetto.

E' questa la cornice che forse sin dalla culla la Robba ha cercato per dare immagine alla fisionomia della sua città. Raggiunto il segreto, che si serra nel mormorio del grembo materno, appare dunque più facile fissare un quadro atemporale, che finalmente assimili in maniera indolore il passato ed il presente. Delicatezza, sfumature, sottili evasività... soprattutto pacatezza silente, che illumina e mette a fuoco, con esatti accenti, l'uno accanto all'altro, lo scorcio paesistico e invocazione, affinché perduri questa meraviglia, l'emozione dello sconquasso atmosferico e l'urlo eterno dei dannati, il disegno dello scoglio tra le spume en l'agilità antiretorica nel descrivere nostalgicamente il rapporto tra pescatore e gatto di casa.

Gli echi della lontana infanzia, l'appello agli amici scomparsi, la preghiera, sono ancora alcuni degli elementi che spesso l'autrice richiama nei propri versi: tra realtà data e realtà immaginata, si dilata dunque ancora il sentimento di vivere in una dimensione labile ingovernabile, giorno dopo giorno più sfuggente. E tutto ciò fa crescere inevitabilmente nell'opera l'ansia per delle risposte che nè la visione lirica, nè il grumo del dialetto riescono ad appagare. Nemici per sempre e da sempre sono gli invasori della città natale, coloro che intendono mutare l'ordine di un passato felice, ma egualmente occorre tenersi discosti da quanti inseguono fallaci sogni, indice comunque di un futuro che complica irrimediabilmente il meccanismo che (in apparenza) faceva scorrere un tempo, senza sussulti, la vita di ogni giorno.

E' indubbiamente il sogno che immagina l'esistenza della mitica età dell'ora, quella dell'Emporio, oggi troppo spesso dimentica. Ma è proprio attraverso tale visionaria e insistita ricerca che l'autrice giunge ad acquisire al verso quella inusitata vitalità espressiva, poiché l'esser poeti permette di saper vedere senza soggezione alcuna, con testarda pazienza, al di là del muro che obnubila gli altri, senza negarsi tuttavia quel grido, ad un tempo invocazione e ripulsa. (Divisa da tutto, da un fiume in piena..., prefazione di Carlo Milic)



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